Il nazionalismo oggi è il nemico dell’interesse delle nazioni europee, mentre l’europeismo è il loro vero alleato. È quanto sostiene il filosofo, attivista e direttore del Berggruen Institute Europe, Lorenzo Marsili, che in un’intervista rilasciata a Focus Europe approfondisce il progetto Europa2057 lanciato lo scorso 25 marzo a Roma in un momento in cui il Continente europeo si trova stretto tra guerre ai propri confini, frammentazione politica interna e una pressione crescente di modelli autoritari fondati sul primato della forza e della tecnologia.
Per Marsili il punto di partenza del progetto è anzitutto culturale e politico. Si tratta, spiega, di “parlare diversamente dell’Europa”, cioè “recuperare una logica di forza e potenza” e far capire che unire il continente, “raggiungere una maggiore integrazione in ambito industriale, tecnologico, militare, non è semplicemente una giusta aspirazione ideale”, ma anche “una questione banalmente di interesse nazionale”. Secondo Marsili “il nazionalismo oggi è il nemico dell’interesse delle nazioni europee, invece l’europeismo è il loro alleato”.
Da qui prendono forma le ragioni che hanno portato alla nascita di Europa2057 il cui nome richiama la data del centenario dei Trattati di Roma del 1957, che diedero avvio al processo di unificazione europea, come pietra miliare dell’agenda di trasformazione europea. Per Marsili, il progetto deve servire a “veicolare dei messaggi chiari su alcune potenzialità inespresse dell’economia e della geopolitica europea”, cioè a mostrare come l’integrazione non sia un esercizio astratto, ma una leva concreta di sovranità.
L’esempio portato da Marsili è quello della transizione energetica, letta non solo in chiave climatica ma in chiave strategica. Secondo il direttore del Berggruen Institute Europe, l’Europa “non è stata in grado già nel 2022 di capire che raggiungere una piena autonomia energetica per l’Europa non è semplicemente rispettare gli accordi di Parigi, ma significa rifiutare il dominio delle grandi potenze fossili, che siano i russi, che siano le potenze del Medio Oriente o gli Stati Uniti di Donald Trump”. E aggiunge che quella lezione “avremmo dovuto impararla nel 2022, non l’abbiamo fatto, ci troviamo oggi nuovamente con il cappio al collo del ricatto del gas e del petrolio”.
La questione energetica diventa il paradigma di una più ampia insufficienza e inazione europea. Marsili insiste sul fatto che “riempire i nostri Paesi di pannelli solari, di pale eoliche, anche di centrali nucleari non può essere più intesa come questione di destra e sinistra, ambientalisti contro sostenitori dell’industria”, perché si tratta invece di “una questione di interesse nazionale e interesse europeo”. Su questo, come su altri dossier decisivi, il punto è “far capire perché esce fuori dalla logica dello scontro politico integrare l’Europa con ambizione”.
Uno dei nodi strutturali che attualmente blocca il processo decisionale europeo è quello del diritto di veto che consente agli Stati membri di bloccare le decisioni del Consiglio in settori in cui i trattati richiedono l’unanimità anziché la maggioranza semplice come politica estera e difesa. Tale diritto è impiegato dai governi nazionali per bloccare quelle decisioni del Consiglio che a loro parere danneggiano i loro interessi sovrani, ma negli anni il suo utilizzo è divenuto sempre di più uno strumento di potere per estorcere concessioni all’UE, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, in particolare dall’Ungheria guidata da Viktor Orban. In questo senso, nel novembre del 2023 la plenaria del Parlamento europeo ha adottato un’ambiziosa proposta di riforma dei trattati UE che però ad oggi risulta di fatto ferma in attesa di una risposta da parte del Consiglio europeo.
Su questo tema, Marsili afferma di essere favorevole a una revisione dell’architettura istituzionale dell’Unione, ma sposta l’accento sul terreno politico. “Se si vuole fare un’omelette bisogna rompere le uova”, osserva, invitando a uscire da una postura troppo passiva sulla riforma dei Trattati e sul veto. Anche qui torna la necessità di “acquisire una maggiore capacità di parlare il linguaggio della forza”.
Per spiegarsi, Marsili richiama due precedenti decisivi come il sistema Schengen e l’euro, e sostiene che anche oggi basterebbe l’iniziativa di un nucleo di Paesi maggiori. “È sufficiente che alcuni dei principali Paesi europei si mettano insieme e decidano di farlo, come è stato con Schengen, come è stato con l’euro. Non è necessario aspettare tutti quanti ad essere vittima del ricatto del veto e della decisione a unanimità”. Se “4 o 5 Paesi europei” decidessero di dotarsi di “una politica comune di difesa” oppure di una politica condivisa, ad esempio, sulla tassazione delle multinazionali, “si può andare avanti da soli” e, in questo modo, creare in seguito “i presupposti perché tutti quanti seguano”. Dimostrare che l’unione produce forza e che chi resta fuori “rimane esposto alla mercé dei nuovi grandi imperi che ci stanno mangiando uno ad uno perché non riusciamo a unirci”.
Per questo, secondo il direttore del Berggruen Institute Europe, la questione non può essere ridotta ai veti dei governi più recalcitranti. Pur ricordando che l’iniziativa sulla riforma dei Trattati è stata rilanciata dal Parlamento europeo, Marsili rovescia il quadro abituale delle responsabilità: “Il problema non è il veto dell’Ungheria, non è il veto della Slovacchia, non è il veto della Danimarca, il problema è perché Italia, Francia, Germania e Spagna non inizino a farlo già da soli. Dobbiamo chiederlo a noi stessi, non a quelli che minacciano il veto”.
Lo stesso approccio vale anche sulla crisi internazionale e, in particolare, sulle ripercussioni energetiche e geopolitiche del blocco dello Stretto di Hormuz. Per Marsili, l’Europa sta “perdendo una grande opportunità storica di spiegare al mondo e spiegare a noi stessi chi e cosa siamo”. In un contesto dominato dagli “Stati Uniti di Donald Trump, la Cina di Xi Jinping, la Russia di Vladimir Putin”, l’Unione avrebbe oggi, secondo Marsili, “una grandissima opportunità di essere il polo” capace di difendere il multilateralismo e di attrarre a sé gran parte del mondo che rifiuta la logica della potenza. Ma questa opportunità, sostiene, viene dissipata dall’assenza di una posizione comune europea.
In merito Marsili delinea uno scenario ipotetico in cui Italia, Francia, Spagna, Germania si uniscono per avviare una decisione in comune, nominando, ad esempio “un unico rappresentante che porti avanti la posizione di questi Stati europei nei confronti della crisi in Iran”. Ciò, secondo Marsili consentirebbe di centralizzare in un unico portavoce “tutte quante le comunicazioni disorganizzate e non coordinate dei diversi ministeri degli Esteri”. Questo, osserva, “si potrebbe fare oggi”, e potrebbe essere replicato anche sulla crisi ucraina, dando vita a “una politica estera comune de facto di quantomeno alcuni Stati europei”.
A suo giudizio, guardando ai risultati, “per la prima volta inizierebbero a prenderci sul serio” e questo “potrebbe incentivare più stati a smettere di fare i camerieri di Orbán o di Putin o di Trump” e a unirsi al nucleo degli Stati europei che mettono in comune la propria politica estera. “Questo si potrebbe fare domani”, sottolinea Marsili.
Marsili riconosce peraltro che ogni volta che gli europei riescono a unirsi, i risultati arrivano. “Quando ci uniamo dimostriamo a noi stessi e al mondo di avere una forza straordinaria”, afferma. Cita come esempi “l’accordo sul nucleare” iraniano raggiunto nel 2015 e anche “gli ultimi accordi commerciali con l’India e il Mercosur”, che mostrerebbero come l’Europa, nei momenti in cui agisce collettivamente, diventi “il polo più attrattivo e quindi potenzialmente anche più impattante della politica internazionale”.
“Noi – sostiene Marsili – abbiamo paura della nostra potenza, abbiamo paura della nostra capacità di cambiare il mondo”.
Riprendendo anche alcune tesi espresse dal filosofo sloveno Slavoj Žižek durante l’evento romano di presentazione di Europa2057, Marsili osserva che le “nuove grandi potenze”, dalla Cina all’India, dalla Russia agli Stati Uniti, sembrano “recitare una storia che l’Europa ha già vissuto”, quella “della competizione nazionale, della contrapposizione tra blocchi geopolitici contrapposti”. L’Europa, invece, “sa dove porta la logica del nazionalismo, porta verso guerra e verso distruzione”. Per questo, parafrasando il famoso incipit del Manifesto del Partito Comunista, il “fantasma Europa” è lì “per ricordare al mondo qual è il fine del gioco che stanno giocando e per cercare di spingere il mondo verso un’altra partita”.

